Lunga e molto personale intervista al capitano del Genoa Milan Badelj, che da poco ha festeggiato le 150 presenze in maglia rossoblu. sull’edizione odierna de La Gazzetta dello Sport. Ecco le dichiarazioni di Badelj, molto interessanti, sulla sua scelta di non usare i social, sulla sua famiglia e sulle differenze fra il calcio di ieri e di oggi.
SUL PERCHE’ NON USA I SOCIAL. “Perché sto molto bene senza: se si esce e ci si conosce di persona, è meglio. Io preferisco trovarmi con le persone con cui sto bene, e con loro voglio stare senza telefono. Alcune persone sui social riescono a vendersi diverse da come sono. Certo, non sono contrario a prescindere. Il tempo che risparmio non utilizzandoli? Lo dedico ai miei figli. Giochiamo a Memory, a Monopoli, a calcio. Ora stiamo leggendo il primo Harry Potter. Se un bimbo vede che la mamma e il papà guardano il telefono invece di stare con loro, penserà che il telefono sia molto importante. Da piccolo ho avuto dei videogiochi. Le punizioni più grandi le ho avute quando giocavo a Nba o Fifa. Se perdevo, colpivo il computer e venivo punito. Facebook? L’ho avuto, sarà stato il 2007. E ho conosciuto mia moglie con Msn, nel 2008“.
SUI FIGLI E LA MOGLIE. “Non è facile. Ho un figlio di sei anni e mezzo e una figlia di due e mezzo, so che chi non ha il telefono viene visto come uno strano. Non sono contrario a prescindere, mi basterebbe se mio figlio ragionasse così: ‘so usare telefono e social, ora valuto se averli’. Quando vedo che sono ricettivi, cerco di far capire l’importanza di stare con le persone e divertirsi, do più importanza alle attività all’aria aperta. E poi mia moglie è pianista e grazie a lei ora mi interessa guardare, leggere, sentire, ascoltare, capire perché Mozart o Brahms hanno vissuto così. Poi è chiaro, la Bohème e la Traviata mi piacciono meno perché le capisco meno“.
SULLA SUA FAMIGLIA. “Una famiglia di lavoratori: mio papà informatico, mia mamma al negozio di fiori. Non eravamo ricchi ma non ci mancava niente, in famiglia c’era tanto amore e un buon esempio: i miei genitori lavoravano da mattina a sera. Mio padree aveva fatto la guerra civile, era stato ferito. Ha sofferto. Lavorava all’Ibm su tre turni – una settimana il mattino, poi il pomeriggio, poi la notte – ma faticava con la routine. Non abbiamo mai parlato della guerra, gli avevano sparato e insomma, non è semplice parlare di queste cose“.
SULLO SPOGLIATOIO. “Al Genoa sono tutti bravissimi ragazzi, educati, si vede che sono andati a scuola, però c’è tanta distanza con noi. Maggiore di quella che c’era 15-20 anni fa tra noi e i vecchi dello spogliatoio. A 18 anni io e il migliore amico giocavamo alla Dinamo Zagabria. Un giorno eravamo in doccia, c’era un’apertura sopra la porta e un compagno ci ha buttato un secchio di acqua ghiacciata. Oggi queste cose non si fanno più, perché ai ragazzi non viene in mente. Sono impegnati a scrollare. Prima si litigava di più ma si stava anche di più insieme. Era simile a una famiglia. E poi i calciatori erano leggende. Ora tutti vedono che cosa hai mangiato, ogni giorno, e così sei meno idealizzato“.



Grande Capitano
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